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fresh! dall' affresco al contemporaneo e ritorno
Può l’arte del passato approssimarsi a chi la contempla oggi? Riesce l’arte antica a smettere la veste che la relega al passato e ad indossare un abito nuovo, fresco di senso? Da questi interrogativi e da un’assidua frequentazione della Galleria degli affreschi di Villa Contarini nasce l’idea della mostra. Sono nove le sale della Galleria infilate come perle una di seguito all’altra e si svolgono in novanta metri di lunghezza, tutte affrescate da cima a fondo. Un’immersione nella pittura ad affresco del XVII secolo. L’idea della mostra infatti è partita da una profonda riflessione sull’affresco, considerando sia l’aspetto più concreto, in quanto pittura parietale, sia il senso della sua presenza, in quanto decorazione della Galleria. L’affrescatura delle sale avvenne nella seconda metà del seicento, quando l’allora proprietario della Villa, Marco Contarini, ne commissionò la decorazione ad un artista locale di nome Michele Primon. Nel seicento Villa Contarini alloggiava, in occasione di sontuosissimi conviti festivi, la crema della nobiltà veneziana e straniera. Divenne dunque necessario allestire uno spazio all’interno del quale si potessero accogliere gli invitati, intrattenendoli nelle ore del giorno. Gli affreschi che si dipanano senza soluzione di continuità lungo la Galleria dovevano appunto svolgere questa funzione di intrattenimento visivo ma anche di distrazione e di disorientamento. La rappresentazione di scene tratte dai racconti mitologici, ovvero escamotages di trompe-l’oeil rappresentanti cieli infiniti sulle volte delle sale o porte che illusionisticamente s’aprono su paesaggi di un’antica arcadia, esplicitano appunto quest’intento. Quasi un cinematografo la contrario: il passeggio dei nobili lungo la Galleria concedeva movimento a quelle immagini fisse e statiche dipinte sulle pareti.
Anche l’aspetto materico dell’affresco è stato utile alla riflessione per un’esposizione come questa che mirava a creare legami e connessioni tra epoche diverse. La porosità della superficie, la sedimentazione degli strati d’intonaco di diverso spessore, la tecnica a cartone o a sinopia, la manipolazione dei restauri successivi, che talvolta ne hanno modificato completamente l’aspetto originario, sono tutti elementi d’indagine utili a tracciare connessioni tra l’antico ed il contemporaneo. Per suggerire eventuali congiunzioni tra l’arte del passato e quella dell’oggi, si è dunque deciso di collocare in ciascuna delle sale affrescate un’opera d’arte contemporanea. Tra le opere esposte alcune sono state realizzate site specific nella consapevolezza che l’esecuzione ad hoc potesse rafforzare la relazione intesa. In altri casi, le opere sono state scelte tra quelle di catalogo dei singoli artisti, deliberatamente, poiché all’autore pareva sviluppassero una questione specifica legata al tema dell’affresco. Il dialogo tra le due parti, l’antico ed il contemporaneo implica però un elemento terzo: il vuoto. Le opere d’arte inserite per l’occasione sono state posizionate volutamente in uno spazio vuoto, liberate le sale dai mobili che generalmente le arreda. Questo elemento terzo non è casuale. La contemplazione di un’opera, l’ascolto vigile e attento delle sue forme o dei suoi colori necessita di un momento di pausa, quasi di sospensione. Il vuoto, l’eliminazione dell’ostacolo fisico, mira appunto a questo. Come una pausa di silenzio agevola l’ascolto, o una pagina bianca predice l’incipit di un testo. Le opere esposte agiscono su supporti eterogenei: la ceramica, il video, il poster, il ready made. Ciascuno d’essi chiarifica il senso del suo esserci mediante la tecnica utilizzata, la resa materia dell’oggetto, l’immagine filmica del segno.
La prima sala della Galleria ospita l’opera di Francesca Sganzerla: “Entrexit” fusione di due vocaboli “entry” ed “exit”. Il lavoro ideato site specific, propone un ready made composto da una coppia di scuri provenienti da un’antica abitazione del secolo scorso, appartenente agli avi dell’artista. L’opera, che si staglia di fronte al riguardante, risulta incorniciata dalla lunga teoria di infissi che scandiscono la Galleria nella sua lunghezza. Sganzerla, suggestionata dal gioco prospettico delle porte della galleria aperte una di seguito all’altra, e sollecitata dalla sovrapposizione di piani prospettici, ha scelto di proporre un’opera che si facesse soglia tra le soglie e che favorisse una riflessione sul concetto di passaggio, di varco, di oltrepassamento. Gli scuri proposti, di modeste dimensioni, appartenevano ad una finestra dell’antica dimora familiare. Il fatto di riproporli, separandoli dal loro contesto originario, mira ad intensificare il senso proprio della loro funzione ma anche a suggerire un’interpretazione diversa, favorita dall’ambiente ospitante. Come è stato detto si tratta degli scuri appartenenti ad una casa della famiglia dell’artista, pertanto non sono comuni ma pregni di un preciso significato affettivo che l’autrice sente di condividere. Il moto vive nella categoria dello spazio poiché comunemente concepiamo lo spostamento come attraversamento di un luogo, ma il moto è anche caratteristica del tempo. Le abitazioni tramandate di padre in figlio rimangono testimonianza di una progenie scomparsa ma che continua a rivivere nel ricordo, sul filo della memoria. Allo stesso modo, varcare una soglia non sarà soltanto gesto di oltrepassamento fisico ma anche di ricongiungimento con un passato che non esisterebbe più se non fossero i luoghi a mantenerne fissa la memoria (Viaggio Segreto, 2007). Tuttavia, Entrexit non esercita qui la funzione di mentore nostalgico di un passato che non si vuole perdere, ma forte della consapevolezza di ciò che è stato si vuole sottolineare, attraverso il simbolo del varco, della cesura, il valore della cerniera, di un dispositivo atto a legare, intellegere, anziché scindere e frammentare perdendo di vista l’unità della realtà. Nella liturgia ortodossa le porte regali segnano il varco dell’iconostasi. Chiuse preservano la sacralità del luogo, aperte lo liberano all’accesso. Quali porte regali, dunque, gli scuri che campeggiano all’ingresso della mostra tracciano un confine liquido, capiente o rigettante, estroflettente o introiettante. Dischiusi e poi richiusi gli scuri regolano il flusso d’ingresso e d’uscita, del percorso d’andata e di ritorno.
Elisabetta Corradin, 2008
Curatrice
P.A.S. Piattaforma Arte Sperimentale
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